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    Donne equilibriste e carico mentale: Antiniska

    La terza intervista dedicata alle donne equilibriste e al tema del carico mentale è quella di Antiniska. Antiniska scrive storie. E ce ne regala una che parla di vita quotidiana, di caos, di bellezza, di equilibri sottili e da rinnovare continuamente.

    donne equilibriste e carico mentale

    Chi sei e di cosa ti occupi?

    Mi chiamo Antiniska Pozzi, e per sintetizzare posso dire che le parole sono il mio modo di stare al mondo, sia nel tempo libero che per lavoro. Ho iniziato lavorando come traduttrice (di incunaboli, dal latino), e oggi scrivo contenuti per diverse realtà editoriali, online e non: guide turistiche e gastronomiche, magazine tematici, associazioni culturali. Mi occupo di poesia e letteratura, per riviste e litblog. Infine – ma forse è più il principio – scrivo storie.

    Antiniska

    Descrivi la tua giornata tipo

    La mia giornata tipo è affollata in una maniera difficile da spiegare. Mi sveglio prima degli altri, non perché non ami dormire ma perché il mattino presto è un tempo rubato, molto prezioso. Lo uso per leggere e fare colazione, è l’unico momento in cui mi godo il silenzio che poi non ci sarà più fino a sera tardi. Poi arriva lo tsunami quotidiano: sveglia dei bambini, lamentele varie, tapparelle che si alzano e si abbassano, vestiti che volano, il tentativo sempre disperato di uscire in tempo con una faccia decente da mostrare non al mondo ma a me stessa nello specchio dell’ascensore, gli accompagnamenti a scuola (a me tocca di solito il figlio piccolo), il tragitto in metro. Ho la dote, devo riconoscerlo, di sapermi prendere dei momenti, anche minuscoli. Il caffè nel mio bar preferito, un attimo prima del lavoro (ho la grande fortuna di non avere orari troppo stringenti): entro, mi fermo, osservo gli altri. Non conosco nessuno, non parlo con nessuno. Ci passa il mondo, da lì, bevo il mio caffè e guardo, mi ascolto pensare (nel resto della giornata è difficilissimo). Poi dopo il lavoro comincia il girone infernale degli impegni pomeridiani legati ai bambini, il basket, la chitarra, l’inglese, le riunioni o le incombenze legate alla scuola. Il tutto con un basso continuo fatto di domande, richieste, richiami, proteste, polemiche. Perchè il disastro è che se insegni ai tuoi figli a pensare e ragionare poi a un certo punto quest’abilità ti si rivolta contro! Infine il rientro a casa, la cena, l’entropia tutt’intorno, quella che io chiamo con un latinismo la “pigiamatio” ovvero la preparazione per andare a letto. Di solito implica doti di oratoria di livello elevato, da entrambe le parti: di regola i bambini cercano di convincermi che dormire è inutile o che non è giusto che loro dormano da soli se io dormo con il loro padre. Poi vorrei solo svenire, ma spesso c’è ancora qualcosa da fare o pensare. E’ tutta una lunga infinita giornata, direi, una sorta di continuum.

    Quali sono gli elementi che ogni giorno mantieni in equilibrio tra impegni personali, familiari e di lavoro?

    Il senso del dovere (sulle scadenze obbligate, che siano di lavoro, amministrative o legate alla scuola/attività dei bambini; e sulle necessità legate alla sopravvivenza fisica), il senso del desiderio (come monito a non dimenticare mai quello a cui tendo) e il senso delle cose presenti (ovvero ciò che c’è, perché alla fine è lì che bisogna vivere, nelle cose che ci circondano e in quelle che sentiamo e pensiamo adesso).

    Sei felice del tuo equilibrio vita privata/vita lavorativa? Cambieresti qualcosa e, se si, cosa? Senti il peso del carico mentale?

    Questa è una domanda difficilissima. E’ un equilibrio mai assodato, sempre da rinnovare, e spesso fragile. Ci sono giorni in cui sono felice, e altri in cui mi domando cosa mi abbia spinto a volere dei figli (e ciò che ne consegue). Non so quante volte fin da piccola ho sentito mia madre ripetere “nella prossima vita allevo gattini”. Ma chi le ascolta, le madri?!? La cosa più difficile non è fare le cose, ma pensarle: il famoso “carico mentale” di cui ultimamente si è sentito parlare (ancora non abbastanza). Tenere tutto insieme, le incombenze più banali come compilare un modulo per la scuola o organizzare la cena, e le decisioni complesse che ricadono sul funzionamento dell’intera famiglia. Tenere insieme se stessi, la coppia, le dinamiche filiali, le relazioni affettive extra familiari, il lavoro, le passioni, la responsabilità civile e sociale. La nostra è una società che chiede tutto, chiede di essere performanti in tutto, e nel frattempo ci ha tolto il famoso villaggio che serve per crescere un bambino. Ma se penso all’esperienza di mia madre, o di mia nonna, mi dico che la maternità è sempre un’esperienza difficile, su tutti i piani, fisico, mentale, relazionale. Perchè chiama in causa molte latenze, simbolicamente evoca l’origine della vita, scardina le certezze, per dirla facile “fa saltare il banco”.

    Per contro, in questo tentativo reiterato nei giorni e negli anni di tenere tutto in equilibrio c’è molta, molta bellezza. Forse la chiave sta lì, riuscire a vederla e farla durare e darle spazio (Calvino mi perdonerà se lo cito impropriamente).

    Dunque no, forse non cambierei niente. Mi tengo la fatica, il caos, e anche la bellezza.

    In casa la divisione dei compiti è equilibrata?

    Questo è un discorso molto complesso. Dovremmo capire cosa vogliamo intendere quando usiamo la parola “lavoro”. E’ equilibrata nella misura in cui il padre dei miei figli lavora (e guadagna) il doppio di me. Se intendiamo il lavoro solo come prestazione d’opera retribuita a ore. Ma il mio “lavoro” non si esaurisce nelle ore pagate da un committente, per me è lavoro anche scrivere testi che hanno un futuro incerto (alcuni diventano dei libri, altri no). Parafrasando Conrad, “come faccio a spiegare a mio marito che quando guardo dalla finestra io sto lavorando?”. Il lavoro creativo è la cosa più complicata del mondo in termini di conciliazione con la famiglia. Perché sfugge alle limitazioni orarie. Ti faccio un esempio: mio figlio fa il bagno e poiché è piccolo quando esce ha bisogno di aiuto per asciugarsi i capelli. Approfittando del fatto che sta a mollo  giocando io inizio a scrivere qualcosa che magari avevo in mente dal mattino. Mentre sto lì, totalmente dentro il mio universo parallelo, in una città che non è la mia, in una casa che non è la mia, dentro un corpo che non è il mio, mentre le parole fluiscono e io le seguo… lui esce, inizia a chiamarmi. Gli dico arrivo, ma non è vero, non voglio arrivare, sono ancora da quell’altra parte, allora lui grida più forte, e lo fa finché il mio universo va’ in frantumi e io mi trascino di là e prendo un phon in mano, pensando che non ho neanche il diritto di lamentarmi perché i figli non me li hanno lasciati davanti alla porta per caso, ma li ho voluti. E di contro, magari nel we capita che escano due ore col loro padre ma che in quelle due ore io non abbia voglia di mettermi a scrivere.

    Nel tuo ambiente lavorativo trovi ci sia un trattamento differente e dettato dal genere sessuale?

    No, in questo mi ritengo molto fortunata.

    Hai un “trucchetto” che ti aiuta nella gestione di qualche aspetto della tua vita privata o lavorativa? Un metodo o un sistema a cui ti appelli quando sei in difficoltà?

    Premetto che non ho particolari doti pratiche e organizzative, anzi. Quello che faccio per restare a galla, fondamentalmente è fare liste. Faccio liste ovunque, sui post it, sui sacchetti di carta dell’ortolano, come bozze mail. Ogni mattina apro la lista e la aggiorno, di solito su quindici cose scritte ne cancello due e ne aggiungo quattro. A volte ritrovo vecchie liste in borse che non uso da un po’, mi faccio tenerezza da sola. Perchè poi in queste liste c’è dentro di tutto, non sono tematiche, c’è scritto “ricordati di fotocopiare i doc per il 730” e anche “compra il goniometro” e anche “finisci l’articolo sul poeta irlandese sconosciuto”. Insomma, non lo chiamerei metodo. Però ci sono affezionata, alle mie liste. E quindi mi tengo le liste, il caos, e anche la bellezza. Perchè insospettabilmente ce n’è anche lì.

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